Imu sì o Imu no? La nostra posizione

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Ci pare che il dibattito politico sull’Imposta Municipale Unica (IMU) sia inquinato da un approccio ideologico che, in quanto tale, elude i veri problemi del Paese.

Pagare le tasse non piace a nessuno. Chi propone di abolire una tassa che grava sugli immobili, abitazione principale compresa, in un Paese nel quale circa l’85% delle famiglie è proprietaria della propria abitazione principale, è probabile che riscuoterà facili consensi, ma in realtà non risolverà, per questa strada, i problemi dell’economia italiana.

Lo sa bene il blocco politico conservatore e lo sa bene Berlusconi che ne è a capo; a parole si atteggia a statista, ma nei fatti tutela solo i propri interessi.

Non avevamo bisogno della tirata d’orecchie della Commissione Europea per scoprire che si doveva modulare in modo più equo l’IMU, non a caso fu il Governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi nel 2007 a ridurre, fino a sostanzialmente abolire, l’allora ICI sulla prima casa!

Fu l’abolizione totale dell’ICI dell’anno successivo operata dal Governo di destra guidato da Silvio Berlusconi a concorrere, in un contesto di crisi finanziaria internazionale, al dissesto delle Finanze pubbliche italiane.
Lo stesso Berlusconi, peraltro, fu costretto nel 2011 ad introdurre l’Imposta Municipale Propria che si sarebbe dovuta applicare dal 2014.

L’introduzione da parte del Governo Monti dell’IMU, infatti, ha rappresentato, unitamente alla riforma delle pensioni, la principale fonte di reperimento delle risorse economiche necessarie per coprire il disavanzo dello Stato. Rispetto alla riforma delle pensioni, che ha colpito severamente ed esclusivamente in modo selettivo il mondo del lavoro dipendente, paradossalmente l’IMU ha rappresentato l’unico tentativo di estendere i costi della crisi anche al resto della popolazione italiana, attraverso l’introduzione di un’imposta patrimoniale che ha colpito tutti indistintamente, gravando in termini di gettito in ragione del patrimonio immobiliare posseduto. L’immediata conseguenza della sua abolizione, al di là delle diverse soluzioni tecniche che introducono più o meno ampie categorie di esenzione, a cui seguono necessariamente corrispondenti spazi di elusione, è quella di scaricare i costi della crisi esclusivamente sul mondo del lavoro subordinato, determinando un insopportabile iniquità sociale.

Il risparmio delle famiglie e delle imprese generato dalla cancellazione totale dell’IMU, di per sè stesso, non si tramuterebbe necessariamente in un aumento della domanda interna e, quindi, in crescita economica, in quanto i capitali risparmiati dall’abolizione dell’imposta potrebbero trovare migliori e più redditizie opportunità, come pare invece più plausibile, sul mercato estero o sulla rendita improduttiva ovvero vista la generale sfiducia “stagnare” nel risparmio.

La proposta per uscire dalla crisi della coalizione Italia Bene Comune che, come SEL, vogliamo rilanciare, in alternativa alle politiche della mera austerity che rischiano di deprimere ulteriormente l’economia, è quella di rilanciare la domanda interna mediante il ricorso ad un aumento qualificato della spesa pubblica che faccia da stimolo ad investimenti privati in stagnazione. Il lancio di un piano d’investimenti per la riqualificazione del patrimonio edilizio scolastico e per la manutenzione del territorio avrebbe la funzione proprio di stimolare la crescita dando fiato all’economia nazionale generando posti di lavoro e riattivando i consumi delle famiglie.
Se il Governo Letta avrà a disposizione 4 miliardi di euro, è auspicabile che li utilizzi per stimolare la domanda interna perché cancellare l’IMU non solo pare il prezzo da pagare all’ideologia di Berlusconi affinché lo sostenga in Parlamento, ma è sbagliato sotto il profilo economico, iniquo sotto il profilo sociale ed è il modo per rafforzare in Italia e nel continente europeo l’egemonia culturale della destra, che dura ormai da oltre un ventennio, continuando ad accreditare come più efficaci le politiche economiche del modello liberista che escludono in radice l’intervento dello Stato nell’economia.

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