Riflessioni e considerazioni sui provvedimenti legislativi in materia penale

Carcere

Sono in corso di adozione due provvedimenti che incideranno in modo significativo sul sistema penale italiano: il decreto legge Cancellieri e la proposta di legge delega parlamentare ( n°331 e 927).

Entrambi i provvedimenti hanno come obiettivi la riduzione del sovraffollamento carcerario, anche perché la sentenza della Corte europea di Strasburgo lo impone, fissando il maggio 2014 come tempo massimo entro il quale realizzare, pena sanzioni, il risultato.
I contenuti di entrambi i provvedimenti sono molto dettagliati per quanto riguarda la determinazione dei presupposti giuridici e degli aspetti procedurali che caratterizzano ogni misura alternativa al carcere sia dall’esterno che per chi è detenuto.

In questa sede perciò evito di entrare nel merito di tali aspetti evidenziandone invece altri tre che considero essenziali per raggiungere i risultati che ci si prefigge:
a) i presupposti sociali;
b) gli aspetti funzionali ed organizzativi degli organi coinvolti;
c) la sicurezza sociale.

I presupposti sociali.
L’applicazione delle misure alternative da parte del giudice richiede che egli verifichi l’esistenza di “un domicilio idoneo ad assicurare la custodia del condannato” ( art.1,comma f della proposta di legge). Tale requisito peraltro è presupposto già ora per la concessione di qualunque misura alternativa (v. L.199 sulla detenzione domiciliare, ma anche tutte le altre misure). Ciò significa che i numerosi sia imputati che condannati che non dispongono di una casa o di una proposta di accoglienza in una struttura adeguata non possono evitare il carcere o uscirvi se già ci sono.
Lo stesso vale per il lavoro. I provvedimenti in adozione prevedono infatti che la relazione dell’Uepe al magistrato “riferisca specificamente sulle possibilità economiche dell’imputato” (art.4 della proposta di legge) e lo stesso avviene anche per l’applicabilità delle altre misure. Il lavoro di pubblica utilità infatti previsto dall’affidamento in prova al servizio sociale per pene inferiori a 4 anni ha solo valenza accessorio e risarcitoria, in quanto prevede esplicitamente prestazioni non retribuite. Tutte le altre misure contemplano invece la verifica preliminare della capacità di sostentamento del beneficiario cioè del lavoro.
Ne consegue che l’adozione dei provvedimenti di riforma, peraltro auspicabili, se non accompagnati e supportati da interventi sociali possono comportare due rischi:

  • il mancato raggiungimento dell’obiettivo che si propongono in quanto una massa significativa di possibili beneficiari delle misure alternative ne viene esclusa non per ragioni giuridiche e di giustizia, ma per ragioni sociali sostanziali (la mancanza di casa e lavoro). Ciò determinerebbe il solito effetto-annuncio utile ad innescare polemiche ideologiche, ma non a realizzare quanto esplicitamente i provvedimenti dichiarano di perseguire e che sarebbe giusto concretizzare.
  • l’acuirsi di un sistema delle pene duale, dove sempre più viene incarcerata la povertà, cioè persone che, prive di adeguata difesa penale, ma anche di casa e lavoro, non possono che espiare la pena nelle carceri sia nella fase del processo che in quella dell’espiazione.

Per affrontare questo aspetto problematico, una possibile proposta ragionevole sarebbe quella di utilizzare alcuni fondi della Cassa Ammende, come previsto dai fini statutari di tale organismo, riducendo la quota impropriamente utilizzata per l’edilizia carceraria.
Tali fondi potrebbero sostenere progetti di inserimento lavorativo (anche nella forma di tirocini), ed abitativo, attribuendone la gestione, in forma vincolata, ai Comuni sedi di Istituto per assicurare tempestività, efficienza e partecipazione sociale nel loro utilizzo.
Inoltre è possibile integrare l’art.1 comma f della proposta di legge che prevede la possibilità di scontare una pena detentiva o l’arresto per delitti puniti fino a 6 anni presso l’abitazione o una struttura di accoglienza su decisione del giudice del procedimento, introducendo l’obbligo dello stesso di segnalare al Comune di residenza o domicilio la necessità di una soluzione di accoglienza alloggiativa se essa rappresenta l’unico aspetto ostativo alla concessione dell’esecuzione penale l’esterno, in modo lui stesso possa disporla non appena il Comune propone una soluzione.

Aspetti organizzativi e funzionali.
L’aspetto organizzativo e funzionale più rilevante riguarda l’Uepe (Ufficio dell’esecuzione penale esterna), in quanto l’ampliamento delle misure alternative comporta un incremento significativo del suo lavoro. Infatti in aggiunta a quanto già svolge rispetto alle misure alternative vigenti (peraltro con discutibile efficacia specie in alcune sedi), la legge delega parlamentare dispone che esso intervenga in modo significativo sia nella definizione delle pene detentive non carcerarie, sia nella sospensione del procedimento con la messa alla prova dell’imputato. Infatti l’Uepe deve (art.141 ter):

  • accogliere la richiesta dell’imputato;
  • effettuare l’indagine socio famigliare;
  • redigere il programma di trattamento, comprensivo dell’accordo con l’Ente convenzionato presso il quale vanno svolte le prestazioni di pubblica utilità;
  • esprimere le proprie valutazioni relative all’ammissibilità;
  • trasmettere il tutto al giudice;
  • predisporre per il giudice le relazioni trimestrali e finali sugli esiti della messa alla prova.

Di tale aggravio di compiti il legislatore è consapevole tant’è che la delega prevede l’obbligo del Governo di riferire entro 90 gg. sulle “modalità di adeguamento numerico e professionale della pianta organica degli Uepe”. Restiamo curiosi sugli esiti di tale risposta che auspichiamo adeguata, ma nel frattempo sarebbe opportuno prevedere:

  • sia la possibilità degli Uepe i avvalersi di volontari accreditati presso i penitenziari o comunque adeguatamente formati;
  • sia la definizione di protocolli operativi e di collaborazione con i servizi sociali comunali.

Sicurezza sociale.
Nei provvedimenti in corso di adozione non c’è nulla che assomigli ad un indulto che, attraverso lo sconto di pena automatico, anticipa il ritorno alla libertà.
Infatti le misure alternative non sono “libertà”, ma solo una diversa modalità di scontare la pena ed escludono qualunque automatismo, essendo la loro concessione sottoposta ad un decisione del giudice della cognizione o di sorveglianza che effettua una valutazione caso per caso.
Tuttavia proprio perché la misura alternativa è sempre accompagnata da prescrizioni appunto limitative della libertà personale, occorre attivare il loro controllo, anche per evitare allarmismi strumentali dell’opinione pubblica (v. Lega Nord).
Ciò comporta il fatto che quanto previsto al piano di trattamento (orari, comportamenti, frequentazione di servizi, ecc.), venga adeguatamente monitorato.
Occorre perciò non solo, a maggior ragione, potenziare l’Uepe, anche attraverso quanto previsto dal punto precedente, ma anche pensare a una diversa funzione della polizia penitenziaria, prevedendone un parziale utilizzo sul territorio ad integrazione delle forze dell’ordine.
Ciò sarebbe possibile sia attraverso una revisione della distribuzione territoriale degli organici tra nord e sud, ma anche valutando l’utilizzo di alcuni pubblici dipendenti in mobilità per funzioni improprie svolte oggi dal personale della polizia penitenziaria.

Associazione Carcere e Territorio Bergamo

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