Taranto: chiediamo la tutela della salute, la tutela ambientale e la tutela dei posti di lavoro

Parlamento

Intervento di Luigi Lacquaniti, deputato bresciano di Sel,  in occasione della discussione generale sulla conversione del D.L. 61/2013 “Disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro nell’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale”

Signor Presidente; onorevoli deputate e deputati; componente del Governo. Col provvedimento oggi in discussione, la conversione del Decreto Legge n. 61 inerente le disposizioni urgenti a tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro nell’esercizio di imprese di interesse strategico nazionale, diamo, finalmente, una risposta al problema urgente e grave dell’inquinamento di Taranto e del suo comprensorio, l’emergenza ambientale al centro del dibattito politico degli ultimi anni, dopo che il Governatore Vendola, nel marzo del 2006, nel IV Atto d’Intesa fra la Regione Puglia e l’Ilva, sollevò il problema delle diossine, chiedendo all’Azienda di misurarne al più presto i livelli e l’incidenza sulla città di Taranto.

Ma il Decreto Legge non si limita a questo, come si evince dalla titolazione, e assumendo Taranto e la sua emergenza ambientale a tragedia di un’intera nazione, vuole dettare una disciplina, una procedura capace di rispondere a situazioni in cui risultino gravemente compromessi l’ambiente e la salute dei cittadini, in presenza di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale. Va cioè a colmare una lacuna del nostro Ordinamento, che finora contemplava unicamente il caso dell’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in stato d’insolvenza.

Tragedia di un’intera nazione, dicevo: l’inquinamento di Taranto è tragedia di un’intera nazione! E non sembri questa espressione esagerata, demagogica. Tragedia di un’intera nazione per l’entità del disastro ambientale che s’è consumato a Taranto, su un territorio di almeno 100 kmq. Taranto città di 200.000 abitanti, una delle più antiche città del Mediterraneo, emblema stesso della cultura dell’ospitalità delle genti del Mediterraneo; crocevia storico e geografico fra la Magna Grecia e Bisanzio, crocevia storico fra la dominazione normanna e quella spagnola, con il loro lascito culturale e artistico; emblema della cultura meridionalista, per la sua disponibilità al dialogo, la sua disponibilità all’incontro fra culture differenti, di cui è simbolo il suo stesso porto.

La valutazione del Danno Sanitario introdotta dalla Regione Puglia con la Legge n. 21 del 2012, Legge che giustamente il Ministro Orlando audito in Commissione, ha evocato come all’avanguardia nella tutela dell’ambiente e della salute pubblica. Lo dico, Presidente, anche in riferimento alla chiamata a correità del Governatore Vendola, cha abbiamo sentito pocanzi da parte del M5S. Ecco noi alle illazioni infondate preferiamo rispondere con questo, con la Valutazione del Danno Sanitario. La Valutazione del Danno Sanitario, unitamente alle rilevazioni effettuate dall’ARPA, hanno permesso una più puntuale circoscrizione del problema e dei suoi effetti, fuori dagli allarmismi tante volte lanciati da qualche operatore della carta stampata, ma fuori pure, all’opposto, da ogni tentazione riduzionista del problema, tentazione che per troppo tempo, lungo i 50 anni di vita dell’acciaieria tarantina, ha dominato. Il Danno Sanitario è categoria nuova nella Legislazione italiana, la cui valutazione consta sostanzialmente della verifica di due elementi: una valutazione epidemiologica sull’area avente ad oggetto le patologie a latenza breve, astrattamente attribuibili all’esposizione ambientale; e una valutazione dell’impatto sanitario impianto-specifica, avente ad oggetto le sostanze cancerogene e i loro effetti. Appunto, alle illazioni noi preferiamo i fatti.

Oggi sappiamo che il suolo di Taranto, la falda, i sedimenti marini rivelano la presenza di Idrocarburi Policiclici Aromatici in misura anche 75 volte superiore il valore di soglia e metalli pesanti anche 10 volte oltre il limite. Al benzoapirene, inquinante emesso dalle cokerie, dobbiamo gran parte del rischio cancerogeno. La situazione è particolarmente seria nei quartieri prospicienti lo stabilimento, e in particolare nel popoloso quartiere di Tamburi, praticamente una città nella città, sorta a ridosso degli impianti, proprio a ricezione dell’immigrazione interna, che lo sviluppo dell’acciaieria tarantina favorisce a partire dagli anni ’60. Lo studio sulla mortalità umana effettuato dal “Progetto Sentieri” mette in evidenza come la popolazione di Taranto presenti effettivamente uno stato di compromissione della salute, con incidenza della mortalità superiore rispetto alla media regionale, e un’incidenza che aumenta in modo significativo proprio nei quartieri a più alto rischio.

Taranto ha visto compromessa la salute dei propri abitati e anche la vita sociale, i rapporti cittadini, con un clima di preoccupazione, sfiducia, tensione, paura che lentamente si è diffuso fra la cittadinanza, per così dire, allo stesso spirare dei venti che diffondevano i veleni della produzione dell’acciaio non adeguatamente messa in sicurezza.

In questa storia italiana i tempi sono importanti per capire le responsabilità e il dramma di tutta una cittadinanza. E’ solo nel 2012, al termine di un lungo braccio di ferro che ha visto contrapposti da un lato la proprietà dell’Ilva, dall’altro le autorità regionali e in ultimo pure il Ministero dell’Ambiente, che si arriva prima all’emanazione dell’A.I.A. e delle sue prescrizioni, e poi, all’intervento della Magistratura. Ma si deve tornare indietro di ben cinque anni per la prima campagna di monitoraggio delle emissioni del camino E312 e delle polveri e dei microinquinanti organici presenti nell’aria di Taranto. Da cinque anni la Regione consapevole della gravità del problema, aveva dotato l’ARPA della strumentazione necessaria al monitoraggio delle diossine. Ed è ancora la Giunta regionale che aveva istituito il Registro Tumori Puglia, strumento finalizzato alla mappatura dell’incidenza delle patologie tumorali e quindi necessario allo studio organico e su basi scientifiche.

Nel 2009, proprio mentre la Giunta pugliese, si trova al centro di un attacco concentrico volto a screditarne le scelte in materia ambientale e la politica di tutela della salute pubblica, l’ARPA accerta e comunica il superamento dei livelli di benzoapirene. Parrebbe ormai impossibile eludere il problema e tuttavia bisognerà attendere ancora. Fino al 2012, lo scorso anno, per vedere l’intervento deciso della Magistratura. Ed è di qualche settimana fa, come sappiamo, il commissariamento. Eppure l’accertamento dello sforamento dei livelli di benzoapirene era cosa ormai nota, e già nel 2009 l’ARPA pugliese pubblicava i risultati del monitoraggio sulle polveri sottili, nel Convegno “Le diossine a Taranto tra ambiente e salute”. Era cosa ormai nota al punto che nel 2010 si rendeva necessario intervenire sugli allevamenti e sui pascoli prossimi all’area industriale, per evitare la contaminazione della catena alimentare; e veniva avviato il monitoraggio biologico della popolazione di Taranto, per comprendere l’incidenza sulla popolazione dell’esposizione ai metalli pesanti.

I tempi sono importanti, dicevo, in questa storia, per capire le responsabilità. I dati che puntualmente le centraline dell’ARPA cominciano a riversare dal 2008 testimoniano una situazione sempre più drammatica, ma non impediscono al Governo Berlusconi d’intervenire con il Decreto Legge 155/2010, subito ribattezzato come il “Decreto Salva ILVA”, che proroga al 2013 il raggiungimento del valore obiettivo di emissione del benzoapirene. Siccome l’Azienda non interviene sui propri veleni, attendiamo, aspettiamo pazienti altri tre anni! Come se i veleni dell’ILVA potessero rendere il medesimo favore, avessero la bontà di nutrire la stessa pazienza!

Finalmente dal 2011 il Ministero rilascia all’ILVA l’Autorizzazione Integrata Ambientale: 93 prescrizioni, almeno 3 miliardi d’interventi ormai improcrastinabili. Da questo momento e per tutto il 2012 e il 2013 e fino al commissariamento, i rapporti dell’ISPRA, puntualmente denunceranno in una drammatica sequenza, le ripetute violazioni delle prescrizioni dell’A.I.A. da parte dell’ILVA. E l’ILVA intanto cosa fa? Come risponde l’ILVA? L’ILVA ricorre al TAR contro le prescrizioni dell’A.I.A. L’ILVA non ottempera se non in modo lacunoso e in minima parte alle prescrizione dell’A.I.A. L’ILVA chiede la revoca del sequestro dei prodotti finiti e semilavorati disposto dalla Procura.

Come non essere perplessi e preoccupati, dunque, onorevoli colleghe e colleghi, davanti alla scelta di nominare il Dott. Bondi, già amministratore delegato dell’ILVA, commissario straordinario? Certo Bondi è stato amministratore delegato dell’ILVA solo per un brevissimo periodo. E tuttavia è in lui che la Famiglia Riva, proprietaria dell’ILVA, ripone quella fiducia e quella stima presupposti alla sua nomina ad amministratore delegato. Quella stessa Famiglia Riva che nel 2012 viene raggiunta dai provvedimenti restrittivi dell’Autorità giudiziaria. Ed egli accetta di assumere le funzioni di amministratore delegato, quando ormai nessuno più osa seriamente mettere in dubbio le responsabilità dell’ILVA nel disastro ambientale di Taranto. Siamo sicuri, colleghe e colleghi deputati, che non potesse essere fatta scelta più opportuna di Bondi? E, mi sia permesso di dire, lascia perplessi, anche innanzi alle dimensioni di questa emergenza, l’ironia del Ministro Zanonato che davanti alle Commissioni VIII e X riunite, a chi gli palesava la perplessità per la nomina di Bondi, usava la metafora del calciatore che viene ingaggiato da una nuova squadra, lascia quella per cui ha giocato fino al giorno prima, cambia i colori della maglia.

Le responsabilità dell’azienda sono ormai incontrovertibili, e a riprova possiamo ricordare come nel momento in cui, a seguito dell’intervento della Magistratura, fanno ingresso nell’area industriale i custodi giudiziari con il supporto dei Carabinieri del NOE, e comincia a trovare attuazione la nuova A.I.A. con la chiusura nel gennaio 2013 dei camini prossimi al centro abitato, le centraline posizionate dall’ARPA nel quartiere Tamburi tornano repentinamente a valori normali e la qualità dell’aria migliora improvvisamente; e valori ancora più significativi registrano pure le centraline poste nella città di Taranto, più lontane dagli impianti.

Le responsabilità dell’azienda sono ormai incontrovertibili e tuttavia sbaglieremmo se pensassimo di poter risolvere il dramma di Taranto, con un semplice tratto di penna che metta fine per sempre alla storia dell’acciaio tarantino. La chiusura definitiva degli impianti, quella che potrebbe sembrare una soluzione radicale, l’estirpazione della produzione industriale di Taranto dalla sua storia, non farebbe che consumare definitivamente una tragedia di portata storica: sulla ferita purulenta di tutto un comprensorio violato da una situazione di gravissimo inquinamento, andremmo a spargere il sale della disoccupazione, della miseria, di un nuovo, gigantesco fenomeno migratorio. E come è stato in altri siti italiani, si badi con caratteristiche analoghe ma più ridotte rispetto agli oltre 10 kmq dell’Ilva di Taranto, lo stesso recupero ambientale a quel punto finirebbe per apparire operazione titanica, impossibile. L’area di quella che fu l’ILVA di Taranto diventerebbe col tempo un gigantesco cumulo di ferro, buono solo per arrugginire lentamente al sole del Mediterraneo, una gigantesca area dismessa per sempre e per sempre compromessa nel suo ecosistema. Né è ipotizzabile una chiusura temporanea dell’“area a caldo” dell’acciaieria, come pure è stato evocato in qualcuna delle audizioni che si sono tenute questo mese presso le Commissioni, una chiusura temporanea dell’ “area a caldo” in attesa che si compia il risanamento ambientale di un’area vasta più di 100 kmq. Ricordo che la superficie della città di Taranto è pari a 200 kmq. Dobbiamo sapere che il risanamento durerà anni e nessun altoforno può sopportare un blocco così prolungato.

Il Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà vuole il pieno risanamento ambientale di Taranto e del suo comprensorio, pretende a gran voce la salute dei cittadini di Taranto e la tutela delle sue bellezze artistiche e paesaggistiche; e pretende che le responsabilità siano severamente perseguite. Ma vuole anche la tutela dei posti di lavoro, di tutti gli 11.500 posti di lavoro che vanta l’ILVA a Taranto; e di tutti i circa 8.000 posti di lavoro dell’indotto! Tutti quanti!

La soluzione dunque non sta nella chiusura dell’ILVA!

La grave crisi economica che il Paese sta vivendo è anche crisi di tutto un modello industriale che ha smarrito la qualità del Made in Italy, che nel Dopoguerra l’aveva fatto balzare fra i maggiori Paesi industrializzati. Il numero delle grandi imprese a capitale italiano storicamente esiguo rispetto agli altri Paesi, ha subìto un ulteriore crollo nell’ultimo decennio, per una serie di cause che sarebbe lungo analizzare in questa sede. Quello che possiamo dire è che l’uscita dalla spirale della crisi economica in cui il Paese è caduto, passa sia da un diverso modello di crescita economica che trovi nella rinnovata tutela dell’ambiente e nella qualità della propria produzione i propri principi cardine, sia dalla riacquisizione nel mercato internazionale di quel ruolo di leaderchip che il nostro Paese ha vantato a lungo grazie alla qualità della propria produzione industriale. Un nuovo Made in Italy che trovi nella qualità delle proprie produzioni, nella riconversione di quelle divenute economicamente insostenibili, nel rispetto dell’ambiente, nella salubrità e nella sicurezza dei luoghi di lavoro, nella tutela dei diritti, i propri punti di forza. La chiusura dell’ILVA o l’uscita anche solo temporanea dal mercato del suo acciaio pregiato, non è accettabile perché decreterebbe la chiusura definitiva di un settore in cui ancora la nostra economia riveste un ruolo primario, nonostante la sovrapproduzione mondiale dell’acciaio e nonostante che, anche in questo settore, il mercato sia in sofferenza. Altri protagonisti si sostituirebbero a noi. E per le sorti della nostra economia sarebbe un ulteriore tracollo.

La chiusura dell’ILVA non sarebbe la soluzione, ma un nuovo irresolubile problema. La soluzione sta nella piena e totale messa in sicurezza dell’ILVA.

La valutazione complessiva che il Gruppo di Sinistra Ecologia Libertà dà del Decreto Legge, è sostanzialmente positiva, nonostante talune gravi lacune, originate soprattutto da emendamenti approvati appunto in sede istruttoria, su cui avrò modo di soffermarmi più diffusamente a presentazione del complesso degli emendamenti. Valutazione positiva, nella speranza che queste lacune vengano superate dall’Aula, e a condizione ovviamente che in questa sede, in sede di conversione del Decreto Legge, l’impianto complessivo della norma non venga stravolto, magari con l’approvazione di emendamenti dell’ultimo momento, magari per accontentare le richieste di Confindustria e Federacciai che paventano nel Decreto Legge una qualche occulta forma di nazionalizzazione. Così non è. Il Decreto Legge è invece chiamato a dare una risposta urgente e ineludibile all’emergenza ambientale di Taranto. Nessuno s’illuda di poter risolvere l’emergenza ambientale di Taranto, con un intervento minimalista e di facciata. Non è più quel tempo! E questo Parlamento deve rispondere responsabilmente a tutta quanta la Comunità ferita di Taranto, che da troppo tempo attende un intervento risolutivo!

Centrale nell’impianto normativo appare la nomina del Commissario, s’è già detto. A cui è stato opportunamente affiancato dal Ministro dell’Ambiente, il sub-commissario Ronchi. Irragionevole invece ci appare la soppressione del garante dell’A.I.A.: poiché in una situazione di grave emergenza ambientale, il garante dell’A.I.A. appare come uno strumento di ulteriore tutela. Anche in considerazione del medesimo art.2bis del Decreto Legge nella stesura uscita dalle Commissioni che, oltre a sopprimere la figura del garante, detta puntualmente e correttamente un divieto all’impiego di nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. E dunque questo vincolo potrebbe tranquillamente essere confermato alla figura del garante dell’A.I.A. A grandi emergenze, grandi tutele! Se possiamo fare in modo che il garante dell’A.I.A. non costituisca un aggravio per la finanza pubblica, perché sopprimerlo? A grandi emergenze, grandi tutele! Il nostro auspicio è che questa funzione possa essere reintrodotta da quest’Assemblea. Lo ripeto, colleghi: non vi è motivo di sopprimere la figura del garante dell’A.I.A.

Al centro dell’azione del Commissario straordinario è il “Piano delle misure e delle attività di tutela ambientale e sanitaria che prevede le azioni e i tempi necessari per garantire il rispetto delle prescrizioni di legge dell’A.I.A.”. Approntato dal Comitato dei tre esperti ambientali nominati dal Ministro dell’Ambiente contestualmente alla nomina del Commissario. Si badi che il successivo Piano industriale dell’Azienda deve conformarsi al Piano ambientale, definendo così un ordine di priorità che è espressione diretta del dettato costituzionale, che all’art. 32 ammonisce che “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

Il Decreto Legge possiede potenzialità che trascendono Taranto e la sua emergenza, e inaugurerà, se applicato correttamente e in tutti gli effetti che può dispiegare, una rinnovata modalità di governo dell’impresa e dell’economia nel nostro Paese. Il fare impresa in Italia non potrà più eludere la salute pubblica e il rispetto dell’ambiente.

E pertanto appaiono incongrui gli emendamenti che in ultimo, in sede di Commissione, sono stati introdotti a circoscrivere e limitare l’applicabilità della norma. Ancora una volta rimando alla presentazione del complesso degli emendamenti, ma fin d’ora posso anticipare che si tratta dell’articolato introdotto in sede referente, che circoscrive il terreno in cui il Decreto Legge può dispiegare i propri effetti: il limite dei 1.000 dipendenti, che deve possedere l’azienda da commissariare, senza cui non risulta applicabile la procedura in esame. Come se le aziende che vantino meno di 1.000 dipendenti non siano in grado di arrecare gravi danni all’ambiente! L’ACNA di Cengio aveva meno di 1.000 dipendenti, quando fu chiamata a rispondere delle proprie responsabilità. E in questo fine settimana, colleghi, mi sono esercitato a cercare a livello storico quanti dipendenti vantasse la SADE, alla vigilia della tragedia del Vajont. Non sono riuscito a trovare questo dato.

E inoltre l’inosservanza alle prescrizioni dell’A.I.A. che una volta accertata permette il commissariamento, e che nel nuovo testo licenziato dalle Commissioni, si richiede sia reiterata, ancora una volta pena l’inapplicabilità del commissariamento.

Al di là di questi limiti, che lo ripeto, ci auguriamo vengano superati, è evidente tuttavia, e dovrebbero esserlo a tutti quanti, che la proprietà, il concetto stesso di proprietà, viene assoggettato a una potenziale sua compressione, sia pur limitata nel tempo ai 36 mesi di durata massima del commissariamento, laddove sia stato accertato che la salute dei cittadini sia stata compromessa. A ben vedere questo evidente assoggettamento del diritto di proprietà alla tutela della salute pubblica, pienamente in linea col dettato costituzionale, dovrebbe sancire che al termine del commissariamento la Famiglia Riva non possa tornare a capo delle acciaierie di Taranto. Il dettato del Decreto Legge possiede infatti un respiro ben più vasto della mera sostituzione di impianti, della sola copertura di acciaierie e altiforni, della bonifica onerosa di una parte del territorio tarantino pure amplissimo. La norma impone una modalità imprenditoriale ben diversa che la Famiglia Riva ha dimostrato di non possedere. Ma per tutto questo ci rendiamo conto che sarebbe necessaria una nuova politica economica che superata, almeno per questa casistica, la libera concorrenza eletta a feticcio, permetta una rinnovata modalità d’intervento pubblico, declinata con forme e modalità attuali. Siamo convinti che qui risieda l’unica possibilità di superamento dell’attuale crisi economica. Ma il Decreto Legge in conversione non arriva a questo punto e in questa contraddizione sta il suo maggior difetto. Secondo il dettato del Decreto Legge e salvo provvedimenti inattesi, che a questo punto ci auguriamo, la Famiglia Riva al termine del commissariamento, che non dovrebbe durare meno di 36 mesi, dovrebbe rientrare nel pieno possesso dell’azienda.

Taranto tragedia di un’intera Nazione, dicevo al principio di questo intervento. Taranto autobiografia di un’intera Nazione. Con questo Decreto Legge Taranto diventa esempio di quello non vogliamo più tornare a vedere nel nostro Paese. Un’intera nazione dove ogni possibilità di crescita economica, di produzione industriale, non ha mai trovato la persona al centro del proprio agire: la persona dei lavoratori, i lavoratori dell’ILVA, e la persona di chi vive a contatto con la fabbrica, i cittadini di Taranto. Entrambi ugualmente vittime e parti lese in questa storia decennale! La storia delle acciaierie tarantine segue l’evoluzione dell’industria italiana all’insegna del classico modello fordista. Sorte al culmine del Boom economico come Italsider e sotto la regia e il controllo dell’IRI, che già vantava il controllo dell’industria siderurgica italiana, nei loro 50 anni di vita rispecchiano una modalità imprenditoriale prevalentemente o esclusivamente attenta al profitto, che non può più oggi essere perseguita. Ci pare anacronistico, onorevoli deputati, che ancora nel tempo presente si possa evocare il principio di Adam Smith, secondo cui lasciare che ogni uomo possa sforzarsi di migliorare la propria condizione e perseguire il proprio profitto, possa essere sufficiente a garantire la crescita di tutta la collettività. La storia ci dice che non è così, e anche la storia di Taranto e della sua emergenza ambientale ci racconta il fallimento storico di questo modello.

Ma quanti errori anche nella nostra storia, colleghe e colleghi deputati, che ci ascriviamo alla Sinistra di questo Paese! La nostra riflessione politica storicamente attestata attorno al lavoro: la forza lavoro umana, da un lato, e il produttore, gli strumenti e i tempi della produzione, dall’altro. Dimenticando in gran parte il terzo dei soggetti del processo del lavoro: la natura, l’ambiente.

L’ultimo errore in cui potremmo incorrere qui, oggi, tutti quanti, tutte le forze politiche, è una contrapposizione fra il diritto alla salute e il diritto al lavoro. Una tentazione che ha aleggiato in talune audizioni svolte questo mese dalla Commissione attività produttive e dalla Commissione ambiente, e che le Commissioni, mi pare, abbiano allontanato. Ma per questo, per non cadere in questa contrapposizione artificiosa, occorre porre la persona al centro del nostro agire, la persona al centro dell’attività imprenditoriale, al centro dell’economia. La persona nella sua integrale concezione, centro di diritti e di doveri, soggetto d’interessi e di obblighi. La persona, e non il profitto!

Quanto differente sarebbe stata l’evoluzione del nostro Paese e la storia dell’Europa, se la persona e non il profitto fossero stati al centro della politica e delle scelte dell’economia!

Černobyl’ e il Vajont, il rogo della ThyssenKrupp e i veleni dell’Acna di Cengio! Tragedie antiche e tragedie recenti che ci ammoniscono. Tragedie che non vogliamo più incontrare lungo la nostra storia!

Con il Decreto Legge che la Camera si appresta ad approvare, vogliamo segnare un punto di non ritorno, una garanzia per ogni cittadino di questo Paese! E anche per questo dobbiamo ringraziare Taranto e i suoi cittadini.

Tratto da www.luigilacquaniti.net, il sito di Luigi Lacquaniti.

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