28-31 ottobre, nota sui lavori parlamentari

Parlamento

Titti Di Salvo, vicecapogruppo alla Camera, ci racconta il lavoro di Sel in Aula tra il 28 e il 31 ottobre.

Premessa. Con la crisi di governo sempre in agguato, la settimana alla Camera si è snodata su di un doppio binario: i lavori di Commissione e d’’Aula molto intensi e la percezione della vigilia della crisi cresciuta a livelli esponenziali con la decisione della Giunta del Regolamento del Senato del voto palese sulla decadenza di Berlusconi. Al di là della concretezza delle minacce del Pdl o di parte di esso sulla crisi in caso di decadenza di Berlusconi dal Senato, la situazione in sé, ormai davvero paradossale, dovrebbe convincere il Pd a cessare l’esperienza delle larghe intese per bene del Paese e della democrazia.

In questo contesto si è discusso e votato:

  • Mozione sulle crisi industriali
  • Mozione sulla celiachia
  • Decreto sull’istruzione

Mozione sul rilancio dell’industria manifatturiera
Col progredire dell’integrazione europea la situazione dell’industria manifatturiera italiana si è aggravata anche a causa dell’affermazione sulla scena internazionale di nuovi protagonisti come l’India e la Cina, che beneficiano della possibilità di applicare alle merci tariffe doganali più alte di quelle che possono essere imposte su quelle che esportano, di costi di produzione inferiori per il minor costo del lavoro e dai processi produttivi che spesso non rispettano gli standard di tutela ambientale e della salute imposti giustamente, alle imprese comunitarie. Fattori strutturali quindi che, uniti alla tremenda crisi del 2008, hanno comportato una chiusura di massa delle imprese del nostro paese che non si è ancora fermata. Nel 2013 sono 4.218 le aziende in Italia che hanno chiuso a causa della crisi, a cui si aggiungono quelle che hanno avviato processi di trasformazione orientati verso altre produzioni, quelle che hanno ridotto l’attività produttiva in termini di volumi produttivi e addetti impiegati e quelle che hanno scelto la via della liquidazione volontaria e cioè che nonostante presentino bilanci positivi decidono di chiudere. Oggi possiamo dire che la debolezza del sistema industriale italiano dipende da molteplici fattori: gli eccessivi costi dell’energia; un sistema fiscale farraginoso e tendenzialmente spostato sulle imprese e sulle famiglie; l’insufficiente dotazione infrastrutturale con particolare riguardo ai settori del trasporto, della logistica e della banda larga; la burocrazia lenta e ridondante; lo scarso collegamento tra formazione, ricerca e imprese; il costo elevato dei servizi bancari, delle assicurazioni, delle professioni e dei servizi in genere; un mercato del lavoro ancora troppo caratterizzato da un’occupazione scarsamente posizionata nei settori tecnologici e della green economy; l’assenza di investimenti in ricerca e istruzione; il permanere di forti squilibri territoriali; la limitata incidenza dell’intervento pubblico con riferimento al settore energetico, la difficoltà dell’accesso al credito. A fronte di questi evidenti e strutturali problemi è necessario adottare un programma che punti al rilancio del settore manifatturiero attraverso l’adozione di molteplici iniziative tra cui: una politica energetica più concorrenziale, in linea con le direttive dell’Unione europea, fondata sull’efficienza, sul risparmio energetico, sulla diversificazione delle fonti, la riduzione del carico fiscale e contributivo per liberare risorse da destinare alla produzione e al lavoro; l’allentamento del patto di stabilità interno per rilanciare in particolare il settore dell’edilizia; la modernizzazione del sistema produttivo con lo sviluppo delle tecnologie ambientali e dei servizi sociali; l’adozione di misure di rilancio della politica industriale; maggiori interventi a favore dei giovani alla prima occupazione e per il reimpiego di chi ha perso il lavoro; la promozione costante della ricerca universitaria, collegando maggiormente le università con le imprese. Le risorse economiche per realizzare tutto questo a nostro parere esistono se si varasse innanzitutto la tassazione progressiva sui grandi patrimoni immobiliari; l’aumento della ritenuta sui redditi delle rendite finanziarie; il definanziamento dei costi del programma F35, nonché i costi del programma di acquisto dei sommergibili.

Abbiamo scelto di chiamare il Parlamento a discutere della crisi con una nostra mozione e a misurarsi con la concretezza della desertificazione industriale del paese dando voce alle singole crisi industriali. Per questo abbiamo diviso il tempo della dichiarazione finale di voto sulla mozione tra molti deputati così da dare corpo plasticamente alla realtà dei diversi territori italiani. Sono intervenuti dunque Giorgio Airaudo (che è intervenuto anche in discussione generale), Franco Bordo , Donatella Duranti, Daniele Farina, Giancarlo Giordano, Luigi Laquaniti, Fabio Lavagno, Giulio Marcon, Gianni Melilla, Marisa Nicchi, Giovanni Paglia, Michele Piras, Lara Ricciatti, Arturo Scotto, Alessandro Zan.

Mozione sulla celiachia
La celiachia è un’intolleranza permanente al glutine, sostanza proteica presente in avena, frumento, farro, kamut, orzo, segale, spelta e triticale. Le persone malate di celiachia devono escludere dal proprio regime alimentare diversi alimenti comuni come pane, pasta, biscotti, pizza e qualsiasi traccia di glutine: si tratta dunque di una condizione che incide notevolmente sulle abitudini quotidiane e sulla dimensione sociale del celiaco. Per questo abbiamo presentato una mozione, approvata all’unanimità, che chiede di garantire una disciplina specifica a tutela delle persone affette da celiachia, attraverso:

  • la chiara distinzione nelle etichette tra i prodotti senza glutine di consumo corrente e quelli destinati ai celiaci;
  • l’inserimento nei nuovi livelli essenziali di assistenza;
  • l’esenzione per il sospetto diagnostico, oggi garantito, anche in futuro con il passaggio definito a livello europeo della celiachia dalle malattie rare a quello delle patologie croniche;
  • misure per garantire il diritto della persona affetta da celiachia a potersi rifornire gratuitamente dei prodotti dedicati
  • interventi di sensibilizzazione e di informazione degli operatori sanitari.

In discussione generale e per la dichiarazione di voto è intervenuta Marisa Nicchi.

Decreto “L’istruzione riparte”
Anche per questo decreto, come sulla pubblica amministrazione, pesa nella discussione la fibrillazione della maggioranza sul futuro di Berlusconi, che in questo caso ha comportato non solo il rallentamento e il blocco continuo dei lavori, ma anche le dimissioni del relatore di maggioranza l’on. Galan. Sul decreto ci siamo astenuti: le misure presenti sono insufficienti e non affrontano i problemi strutturali della scuola e dell’università italiane, tristemente fanalino di coda in Europa in molte classifiche, da quella sul numero di laureati a quelle sull’abbandono scolastico. Che nel decreto siano presenti investimenti è però un’inversione di tendenza rispetto agli anni passati, ma è innegabile che le risorse presenti sono poche, soprattutto se paragonate agli 8 miliardi di euro tagliati alla scuola pubblica dalla legge 133 del 2008 targata Gelmini-Tremonti. Sulla scuola gli investimenti sono fatti su capitoli di spesa positivi, come i libri di testo, il welfare studentesco, l’orientamento, la lotta all’abbandono scolastico, l’implemento dell’offerta formativa. Sull’università i 100 milioni presenti per il diritto allo studio non sono sufficienti e non eliminano la figura tutta italiana degli idonei non beneficiari di borsa di studio. Sul bonus maturità è stato fatto un vero e proprio pasticcio: già alla fine dello scorso anno scolastico avevamo presentato come gruppo Sel un’interrogazione al Ministro Carrozza chiedendo di eliminare il bonus, essendo già allora evidente come il sistema dei percentili crasse disparità e iniquità. Non siamo stati ascoltati e si è deciso di procrastinare la scelta fino al giorno dell’emanazione del decreto, nonché giorno in cui si sono svolti i primi test di ingresso per l’accesso alle facoltà a numero chiuso. Cambiare le regole di un concorso pubblico in corsa è impensabile ed è stata un’ennesima enorme ingiustizia ai danni degli studenti. Come Sel avevamo presentato un emendamento con cui chiedevamo di sospendere il numero chiuso per l’anno in corso, iniziando un percorso di riforma complessiva del sistema di accesso all’università. Si è optato invece per una misura tampone (l’immatricolazione in sovrannumero) che non affronta il punto della questione: il numero chiuso fa acqua da tutte le parti e va superato.

Abbiamo lavorato molto per migliorare il decreto e siamo molto orgogliosi in particolare dell’approvazione di un emendamento (prima firmataria Costantino) che destina il 3% delle risorse liquide confiscate alle mafie al diritto allo studio.

In discussione generale sono intervenuti Celeste Costantino e Giancarlo Giordano. La dichiarazione di voto è stata fatta da Nicola Fratoianni (invieremo il testo lunedì mattina per ragioni logistiche legate alla chiusura fra venerdì e domenica della camera)

Question time
Il question time questa settimana è stato fatto da Titti Di Salvo in previsione dello sciopero generale dei lavoratori bancari del 31 ottobre su “Iniziative di competenza del Governo in relazione al ruolo degli istituti di credito nell’ambito della crisi economico-finanziaria, anche alla luce della recente disdetta da parte dell’ABI del contratto nazionale di lavoro e del fondo di solidarietà per il personale del settore“. Il sistema bancario, il più avaro d’Europa con cittadini, famiglie e piccole imprese, premiato anche nella legge di stabilità con risorse pubbliche attraverso agevolazioni fiscali, ha ricambiato con l’annuncio della disdetta del contratto nazionale di lavoro (con l’obiettivo di abolirlo) e del Fondo esuberi che ha costituito l’unica rete per i 50.000 lavoratori del settore espulsi nel corso delle ristrutturazioni.

Tratto da www.quellecattivedappertutto.wordpress.com, il blog di Titti Di Salvo.

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